STORIE DELLE TERRE UNITE

IL RISVEGLIO DELLA FENICE

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Romanzo Fantasy

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STORIE DELLE TERRE UNITE

IL RISVEGLIO DELLA FENICE

TRAMA

Si racconta che quattro Fratelli, quattro creature leggendarie, diedero inizio alla vita: Fenice, Dragone, Grifone e Pegaso vivevano in sintonia nel Coelum, ed insieme osservavano la crescita delle Terre Unite. Una notte, Dragone distrusse quell'equilibrio. Pegaso e Grifone morirono, e Fenice, il più potente tra i fratelli, consumò sé stesso e il fratello nella Fiamma della Vita. Col passare del tempo la storia delle quattro creature diventò una leggenda, finché Goldfire, reincarnazione di Dragone, portò panico e distruzione nelle Terre Unite, rivendicandone il dominio. Seth, Caleb e Ginevra, giovani ragazzi del regno di Asli, scoprono di essere le reincarnazioni delle Creature. Perseguitati costantemente da Finn, generale dell’esercito nemico, e guidati da Esther, una misteriosa donna della razza degli Spiriti, dovranno imparare a controllare i loro poteri per riunire i Quattro Regni, tentando di porre finalmente fine al regime di terrore del malvagio Goldfire, riportando così la pace nelle Terre Unite.

ESTRATTO CAPITOLO I

Al mio rientro alla fattoria dormivano tutti, si udivano solo il frinire dei grilli e il russare profondo di mio padre e mio fratello. Aprii la cigolante porta di casa muovendomi il più silenziosamente possibile per evitare di svegliare la mia famiglia. In realtà lo facevo soprattutto per mio padre: lui aveva l’abitudine di punire severamente chi lo svegliava prima del canto del gallo, oltre al fatto che non sarebbe stato affatto contento di sapere che ero stato alla locanda come i perdigiorno, come li chiamava lui, e per di
più ubriaco. Chiusi la porta lentamente e mi recai nella mia stanza sdraiandomi sul letto. Mi tolsi solo le scarpe che portavo ormai da diciotto ore, ma appena posai lo sguardo sulla finestra sussultai. Le ante erano aperte, seduto sul cornicione c’era Tom che fissava incupito il cielo.
«Tom? Sei tu? Che ci fai qui?» chiesi saltando in piedi sbalordito.
«È tempo, Seth... È tempo...» rispose lui con una voce
strana, senza guardarmi ma continuando a fissare il cielo.
«Devi essere pronto, Seth... È tempo...» ripeté. Poi si voltò
verso di me. Due occhi dalle iridi rosso fuoco mi fissavano.
«È tempo.»

D’improvviso l’intera stanza diventò rossa, come se fosse in fiamme. Poi, il nulla.
Mi svegliai di soprassalto, tutto sudato. Ero a terra, caduto dal mio letto.
«Basta birra, lo giuro… mai più...» mormorai stendendomi a letto, mentre ripiombavo in un sonno profondo e senza sogni.

ESTRATTO CAPITOLO IV

Come mai le mie ferite si rimarginavano così in fretta? Possibile che mi fossi immaginato quei colpi entrambe le volte? Eppure, il sangue c’era. Ne ero sicuro, avevo controllato. E poi, come faceva Caleb a schivare ogni mio colpo? E per finire, cos’era quella sensazione, quel calore che sentivo quando sanguinavo? Non avevo mai provato nulla del genere.

Mentre cercavo una risposta a tutte quelle domande, sentii un rumore provenire dai campi. Mi affacciai alla finestra e vidi la sagoma di una figura incappucciata, sola, che si dirigeva verso la nostra fattoria con passo lento, avvolta dall’oscurità della notte.

Arrivata al limite della nostra proprietà si fermò, alzò la testa verso di me e mi guardò. Poi volse lo sguardo al cielo e lo indicò con un dito.

Quando mi voltai per capire cosa stesse indicando vidi qualcosa di strano, qualcosa di incredibile.

Il cielo stava diventando un immenso manto di fuoco, tingendosi a mano a mano di un rosso acceso, così luminoso da rischiarare tutto.

Era uno spettacolo tanto bello quanto inquietante. Guardai di nuovo nella direzione della figura incappucciata, ma era sparita.

In quel momento una mano mi toccò la spalla.

Mi voltai di scatto spaventato: la figura misteriosa ora era nella mia stanza.

Nonostante fosse incappucciata, vidi distintamente che si trattava di una donna, dai profondi occhi verdi.

«Chi siete?» chiesi spaventato.

«Le tenebre cadranno dinanzi alla luce più pura, ma nulla può essere fatto senza la conoscenza, la saggezza e la forza. Solo con la venuta dei quattro la luce tornerà a regnare»

Pronunciò solenne.

Indietreggiai spaventato, inciampando sui miei stivali, scivolando inerme a terra.

L’intera radura venne invasa da un’abbagliante luce rossa, e subito dopo, l’oscurità della notte tornò sovrana.

ESTRATTO CAPITOLO VIII

«Bene, ora ditemi il motivo della vostra visita» ci interpellò dopo un po’ Lord Gabriel con aria interessata.

«Zio, siamo qui per chiedere il tuo aiuto in qualità di sovraintendente del regno di Asli. Un tale chiamato Goldfire manda i suoi uomini in giro per i regni a rapire bambini e a radere villaggi al suolo. Argento, uno dei villaggi di Asli, non esiste più. Il loro villaggio» disse Ginevra, indicandoci. «Bisogna fermarlo e per farlo dobbiamo riunire i cinque regni, perché solo alleandoci possiamo distruggerlo.» L’uomo stava divorando un pezzo di pane, e a momenti si soffocò. Il suo sguardo tornò cupo, e il volto riprese quel rossore simile alle gote di Alec.

«Non ho nessuna intenzione di allearmi con quegli incapaci» la interruppe lui scontroso. «In più, i regni delle Terre Unite sono quattro, non cinque, cosa vai blaterando?»

«Il quinto regno apparirà quando il suo aiuto servirà» si intromise Esther.

«Non essere enigmatica con me, donna!» ribatté Lord Gabriel perdendo a quel punto le staffe.

«Ogni cosa a suo tempo. L’unica cosa che dovete fare per il momento è radunare quanti più uomini avete a disposizione, farli addestrare e tra tre mesi esatti recarvi a Meridies, e lì unirvi agli eserciti alleati.»

Lo zio di Ginevra strizzò gli occhi, frastornato per le parole di Esther.

«Voi mi state ordinano di...» Lord Gabriel, che si era alzato per aumentare la sua autorità, venne interrotto inaspettatamente dalla giovane nipote.

«Zio, per anni ho sopportato il vostro comportamento, la vostra mancanza di rispetto per me e per il mio povero padre, ma ora basta, ora è tempo di fare qualcosa, non per noi, ma per tutte le Terre Unite.» Mentre Ginevra proferiva queste parole, sul viso dello zio comparvero diverse espressioni, prima d’ira, probabilmente per essere stato interrotto da una ragazzina, poi di stupore, per la risolutezza e fermezza con cui ella aveva parlato.

«Ho detto di NO!» gridò sbattendo il pugno sul tavolo, rovesciando la caraffa di vino rosso.

«Lord Gabriel!» esclamò Esther adirata. «Voi farete quanto la principessa Ginevra vi ha appena detto!» esclamò. L’uomo sgranò gli occhi, incredulo e allo stesso tempo spaventato dallo sfogo di Esther. Tentò di aprir bocca, ma lo sguardo della donna lo indusse a non farlo.

Lord Gabriel tornò a sedersi, si passò una mano sulla fronte e ci scrutò per qualche secondo. Gli occhi dello zio passavano da Ginevra a me e a Caleb a gran velocità. Non guardava Esther, sembrava che lo mettesse a disagio.

«Non mi avete ancora detto i vostri nomi» proruppe lo zio, sconfortato.

«Chiediamo scusa, signore» mi anticipò Caleb. «Io sono Caleb, provengo dal villaggio Argento e sono un fabbro.»

«Io, signore, sono Seth. Anch’io come Caleb vengo dal villaggio Argento, dove facevo il fattore.»

Lui ci fissò per un istante e poi scoppiò in una sonora risata. «Quindi i nostri eroi sono niente di meno che un fabbro, un fattore e una nipote indisciplinata!» esclamò divertito. «E come pensate di riuscire nella vostra impresa? Abbatterete l’intero esercito di Goldfire a colpi di vanga, martello e capricci?» continuò sempre ridendo.

«Volete per caso provare a duellare con un fabbro, signore?» domandò seccato Caleb con aria arrogante. A quelle parole il sorriso del signore si spense.

«Ragazzo, sappi che non dovrai affrontare me, ma probabilmente l’esercito più imponente che sia mai esistito» disse con tono serio.

«Signore, mi creda, uno o un milione non fa differenza, sterminerò questo Goldfire e i suoi alleati» ribatté Caleb deciso.

«Ragazzi, non pensiate che sia un gioco. Nessuno è mai sopravvissuto a quell’esercito!» esclamò l’uomo con voce dura, rivolto a tutti noi.

«Signore» intervenni io, «Goldfire ha rapito i miei fratelli, ucciso mio padre, distrutto il mio villaggio. Mi creda, farò ogni cosa per fermarlo, una volta per tutte.»

«Gabriel, vieni con me!» esclamò Esther lasciando la stanza. Lo zio di Ginevra ci guadò preoccupato prima di alzarsi e seguirla fuori dalla stanza.

«Secondo voi Esther lo uccide?» chiesi divertito. Ma nessuno rispose.

Restammo in silenzio per diversi minuti. I miei amici non mangiarono più, forse sazi, forse troppo nervosi per farlo. Io invece continuai a cenare, di certo non volevo rinunciare a quel banchetto.

 

Finalmente tornarono. Esther riprese posto accanto a Ginevra, e Gabriel tornò a capotavola.

«Sarò sincero,» iniziò il sovrano, «voi non mi piacete, di voi non mi fido, ma sono sicuro che se mai decidessi di non ottemperare alle vostre richieste, la vostra strampalata capogruppo me la farebbe pagare» disse fissando Esther che a sua volta lo guardò severamente. Dopo di che chiamò a gran voce il comandante delle guardie, seduto insieme ad altri soldati a una lunga tavolata molto più modesta della nostra, dall’altra parte della sala.

«Theodor! Vieni subito qui!» ordinò.

«Come posso esservi utile, Lord Gabriel?» chiese il soldato, inchinandosi.

«Voglio che domani raduniate tutto il popolo e che tutti gli uomini e i ragazzi capaci di impugnare una spada inizino l’addestramento straordinario. La guerra è prossima.»

«Come ordinate, Signore» rispose Theodor, e al cenno della mano di Gabriel si allontanò, tornando a sedersi a tavola.

«Grazie, zio!» disse Ginevra, grata. Lo zio la guardò serio, con un rinnovato rispetto.

«Non credevo che avrei mai permesso a mia nipote, poco più che una ragazzina, di andare in guerra. D’altro canto, sono davvero stanco di combattere la tua vena ribelle, tanto vale assecondarla» concluse lui con un’ombra di sorriso.

Tornammo a mangiare, la tensione che si era creata era scomparsa e capimmo che anche la discussione era conclusa.

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