Racconto in cento righe: Elfi e Covid




«Dai, cammina scansafatiche.»

Il mio amico Daniele era parecchi passi avanti a me, e senza aspettarmi arrivò per primo sulle magnifiche sponde di Braies, uno splendido lago smerando ai piedi delle Dolomiti di Sesto.

Vivevo insieme ai miei genitori e ai miei tre fratelli in un piccolo villaggio in mezzo al bosco di Fanes; un villaggio con pochi abitanti, un centinaio in tutto, nascosto dal resto del mondo. Mio padre diceva che gli umani non erano pronti a noi, e che se mai ci avessero trovati, ci avrebbero dato la caccia.

«Andrea, qui andrà benissimo.» disse Daniele posando a terra la sua canna da pesca.

«Bè… certo che… avresti potuto anche aspettarmi!» esclamai ansimando.

Non ero mai arrivato su quelle rive alla luce del sole, ma da quel che avevo capito, gli umani in quei giorni erano rintanati in casa per via di una malattia che si era diffusa in tutto il pianeta. Noi, fortunatamente, ne eravamo immuni.

«Voglio pescare un luccio!» esclamò Daniele infilzando un verme con l’amo.

Io feci lo stesso, e gettai dopo di lui l’esca in mezzo al lago. L’aria era fresca e frizzantina, ricca di profumi di fiori: la primavera era alle porte.

Pescammo fino all’imbrunire; Daniele riuscii a prendere sei carpe, io solo una.

«Mi sa che non mangerai molto con quella.» disse il mio amico «Dai, prendine due delle mie.» continuò infilando due grossi pesci dentro la mia sacca.

«Grazie Daniele.» dissi allegro.

Stavamo camminando per rientrare nelle nostre case quando, da un cespuglio, sentii un rumore di rami che si spezzavano.

«Cos’è stato?» chiesi impaurito. Il mio amico era molto più coraggioso di me, e senza indugiare, scavalcò la siepe per vedere cosa fosse.

«PRESO!» gridò.

Uscì tenendo per le vesti un piccolo uomo impaurito. Era un paio di spanne più alto di lui, e molto più grosso.

«Lasciami, ti prego lasciami.» disse piangendo.

Io capii subito che non era una minaccia, e mi ci avvicinai.

«E tu chi sei?» chiesi.

L’uomo si asciugò le lacrime ed il naso con la manica della maglietta.

«Sono... Luca… il mio nome… è Luca.» Mormorò continuando a singhiozzare.

«Andrea, dovremmo portarlo da Valerio, lui saprà cosa fare.» disse Daniele.

Quel giovane uomo mi sembrava terrorizzato, e per un’istante pensai a come avrei potuto reagire se mi fossi trovato nella sua situazione.

«Lasciamolo andare.» risposi «Non vedi che è spaventato?»

Il mio amico mi guardò per qualche istante prima di parlare.

«Andrea, se dovesse raccontare alla sua gente di noi, tutto il nostro popolo sarebbe in pericolo.»

«Non dirò nulla, lo giuro.» sostenne il ragazzo interrompendo Daniele.

«Ti lasceremo andare, ma se qualcuno dovesse trovarci, verremo a prenderti e ti tramuteremo in pietra!» esclamo Daniele serio.

Io riuscii a trattenere a fatica un sorriso. In fondo, gli Elfi non possono fare una cosa simile.

«No no, ve lo giuro, non dirò nulla di voi!» Giurò.

Allora Daniele mi guardò, e lasciò la veste di Luca, il quale scappò a tutta velocità.

«E se dovesse tornare?» Chiese senza staccare lo sguardo dal giovane che stava scendendo il bosco con un ritmo impressionante.

«Non tornerà... L’hai spaventato a morte.» Dissi ridendo.

Al rientro, mio padre stava cucinando della carne, mentre mia madre stava stappando una bottiglia di Lin, una bevanda alcolica che produceva lei stessa.

«Finalmente!» Esclamò vedendomi «Daniele, ti fermi a cena?» Chiese al mio amico.

«Grazie Alessandra, ma mia madre mi sta aspettando. Ciao Andrea, ci vediamo domani. Buona cena a tutti.» Concluse uscendo.

Andai in cucina a posare il pesce dentro al lavello; i miei fratelli minori, Nicola e Fabio, stavano aiutando mio padre.

«Tre pesci? E chi mangia con tre pesci?!» disse Fabio canzonandomi.

Se solo sapesse che se non fosse stato per Dan ne avrei portato a casa solo uno…

Evitai di rispondere.

Andai in camera mia e mi svestii, gettando gli abiti sporchi per tutta la stanza.

Dopo una doccia rigenerante andai in cucina, dove inaugurammo la cena.

Tutto ad un tratto però, un rumore fortissimo attirò l’attenzione dell’intera famiglia.

«GLI UMANI!» gridò mio padre lasciando cadere a terra il piatto con la carne.

Uscimmo, e ad attenderci c’erano una trentina di umani, alti e armati di bastoni.

Riconobbi subito Luca, il giovane che avevamo lasciato andare poche ore prima, ma questa volta aveva qualcosa di diverso: naso e bocca erano coperti da una specie di stoffa bianca, esattamente come quelli del resto del gruppo.

Uno di loro si avvicinò, lasciando gli altri indietro: era mastodontico.

Si inginocchiò posando le mani a terra.

«Vi prego, mio figlio è malato.» disse piangendo «La nostra medicina non ha trovato una cura, ed io sono disperato.»

Si fece avanti il capo del nostro villaggio, Valerio, il più anziano del nostro popolo.

«Figliolo, ti sei recato da noi armato e accompagnato da molti compagni. Come mai? Forse era tua intenzione attaccarci se non avessimo accettato di aiutarti?» Chiese dubbioso.

«Noi...Io non sapevo cosa avrei trovato. Mio figlio Luca mi ha raccontato di essersi imbattuto in due di voi, di esser stato minacciato. Ma vi assicuro che non ho intenzione di farvi del male, voglio solo una speranza per mio figlio.» Continuò a dire piangendo.

Il nostro capo si avvicinò all’uomo ancora in ginocchio.

«Per secoli ho assistito alla rovina di queste terre. Avete distrutto foreste in pochi giorni. Da che vi siete rintanati nelle vostre case, la natura è tornata a risplendere, l’aria è più pulita, l’acqua del lago è tornata cristallina, e noi siamo più felici. Il mio potere può aiutarvi, ma ora un dilemma sorge spontaneo: chi salvare, voi o il pianeta?»

Valerio aveva ragione.

L’uomo iniziò a singhiozzare, esattamente come suo figlio poche ore prima.

Passarono una manciata di secondi quando il piccolo Luca si avvicinò al padre per aiutarlo a rialzarsi.

«Papà, torniamo a casa? Lui ha ragione, noi siamo cattivi con la natura. Quando non mi comporto bene, tu e mamma mi punite, ed è giusto che la natura punisca noi.» disse il bambino.

«Valerio.» intervenni io. «Gli uomini hanno sbagliato per molti anni, ma credo che abbiano capito sia importante rispettare la natura, credo che abbiano il diritto ad un’altra possibilità!» esclamai davanti a quella scena straziante.

Ora tutti gli occhi erano rivolti verso di me. Mio padre cercò di tapparmi la bocca, ovviamente senza riuscirci.

Gli uomini, scoraggiati, stavano intanto lasciando il bosco quando Valerio sospirò, posò le mani a terra, ed iniziò a bisbigliare qualcosa in una lingua che non conoscevo.

«È Elfico antico.» disse mia madre accarezzandomi la testa, accortasi della mia espressione.

Il giorno dopo, dall’alto di un albero su cui mi ero arrampicato, vidi il lago pieno di umani. Avevano organizzato una grande festa, tutti si abbracciavano, danzavano, nuotavano insieme nelle pure acque del lago. Riuscii a scorgere un grande stendardo con una scritta:

“VA TUTTO BENE”

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